DAVIDE MATTELLINI

Poeta in Mantova

 
 

BIOGRAFIA

Davide Mattellini poeta gentile

A poche personalità, come a Davide Mattellini, si adatta il bizzarro topos letterario del «jeune homme des temps anciens», desumibile dall’ottava elegia di Jammes, quasi che l’anacronismo per lui, più che una cifra del comportamento, costituisca un capo di biancheria intima indossato per proteggere il pudore dell’anima. Cronologicamente figlio della generazione artistica del secondo ’900, con essa Mattellini non ha mai diviso alcunché. Nasce pittore diplomandosi maestro d’arte col massimo dei voti, ma già tra i 15 e i 16 anni scopre il mondo della rappresentazione poetica, che gli apre nuovi orizzonti. I suoi principali modelli sono d’Annunzio, Pascoli e Carducci, che dànno il via a una ricerca a ritroso nel tempo tesa a recuperare tutto il patrimonio dell’italianità, della latinità e della grecità. Dopo alcune elaborazioni dell’adolescenza, a 18 anni non ancora compiuti raccoglie le prime prove poetiche sotto il titolo di Faci dissepolte (1980), cui seguiranno le sillogi Elpis e Nike (1982), Vertunno (1983) e Monodie (1986). In concomitanza con gli studi letterari all’università di Verona (dove si laureerà con lode nell’anno accademico 1987-’88) va intanto raffinandosi la sua tecnica rappresentativa e quell’umanistico “amor della parola” che gli sortiranno nuove esperienze poetiche, tanto in lingua madre che in lingua “morta”, incrementate oltretutto da nuovi studi nei campi della filosofia, dell’estetica e del teatro. A quel periodo risalgono il melodramma L’ultimo Aristeo e la tragedia L’asino trionfante, entrambi inediti, pesantemente influenzati dal suo nuovo amore letterario per Giordano Bruno. Inizia persino un trattatello di ragion poetica (La grammatica della poesia), che però rimane incompiuto. L’approccio con la lirica cortese del XV secolo, e del Poliziano in particolare, segnano il punto di svolta. Poliziano, che diventerà anche materia di studio accanito per la sua tesi di laurea:

Il poeta abbandonato. Indagini e proposte sulla “Fabula di Orfeo” del Poliziano rivela a Mattellini il compimento della poesia amorosa di impianto stilnovistico-petrarchesco, e il nuovo punto cardinale per una rinascita umanistica della poesia amorosa e del suo neo-paganesimo viscerale. Frutto di questo transito intellettuale verso la piena maturità letteraria saranno le Nuove monodie e Carme bellissimo (1992), nel quale trova forma poetica anche il saliente incontro con la giovanissima Sandra—destinata di lì a breve a diventare moglie del poeta nella vita, dopo esserne stata ossessiva chimera nella laboriosa officina del verso.

Davide Mattellini

Sempre per Sandra nascerà fra il 1991 e il ’92 il testo sperimentale Notti landiniane. Quasi una menippea, anzi romanzo (edito da Lampi di Stampa nel 2011), ove un’elegia latina dell’umanista Cristoforo Landino in lode dell’amata Xandra viene dapprima tradotta in italiano e quindi variata in versi sino a diventare una nuova poesia in lode della donna amata.

La professione giornalistica interrompe la frequentazione con la poesia e la saggistica, lasciando segni sporadici su riviste specialistiche e su quotidiani.

Dopo una parentesi quasi decennale rinasce tuttavia in Mattellini il piacere della scrittura fine a se stessa. In poco più di tre mesi scrive nel 2005 il romanzo Il saccheggio del Paradiso, ispirato alla figura di un dandy ossessionato da ciò che Papini definiva «il peccato della creazione» (ed. Lampi di Stampa, 2012). Sul versante saggistico invece vedono luce e pubblicazione gli studi Caro Lucifero… Apologia del paganesimo (scritto nel 2006 ma pubblicato nel 2010 da Lampi di Stampa), nel quale si affronta lo scontro delle civiltà occidentali e mediorientali dal versante della religione, dell’etica e delle arti; quindi i Fichi luciferini (ed. Lampi di Stampa, 2012) miscellanea di studi e pubblicazioni sparse prodotta in circa vent’anni su un ampio ventaglio di autori e argomenti: dal d’Annunzio al Pascoli latino, dal Caravaggio al Foscolo, dal Leopardi a Umberto Eco, dal Poliziano ad Anacleto Trazzi… Ultimo lavoro pubblicato, ancora una volta con Lampi di Stampa, il saggio sociologico Maledettissima Eva! Perché le donne hanno rovinato il mondo, scritto nel 2011, nel quale si stabiliscono ardite e provocatorie relazioni tra i fenomeni degenerativi della società occidentale e il parallelo processo di emancipazione della donna. In fase di elaborazione sono la raccolta di poemetti latini Peregrinum libellum, la revisione della tesi di laurea, e un nuovo romanzo ispirato al breviario comportamentale del Galateo.

Servizî e articoli sull'Autore

Davide Mattellini presenta la raccolta di poesie "Prime e Nuove Monodie" che nel 2014 trovano una seconda pubblicazione in una nuova veste.

 

BIBLIOGRAFIA

OPERE EDITE

  • Juvenilia (poesie, 1979-1983)

  • Prime e nuove monodie (poesie, 1984-2014)

  • Notti landiniane (romanzo)

  • Caro Lucifero… Apologia del paganesimo (saggio sociologico)

  • Fichi luciferini, vol. 1° (saggi critici)

  • Fichi luciferini, vol. 2° (saggi critici)

  • Fabella (romanzo epistolare in rete)

  • Maledettissima Eva! – Perché le donne hanno rovinato il mondo (saggio)

  • Il saccheggio del Paradiso (romanzo)

  • Sette fiabe di seconda giovinezza (fiabe)

  • Di e Elle (romanzo epistolare)

  • Il poeta abbandonato (saggio sull’Orfeo del Poliziano)

 

DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE

  • Fabella, il libro segreto (romanzo epistolare in rete)

  • Peregrinum libellum (poesie latine)

  • Colpo d’occhio (editoriali giornalistici)

  • Il carro di Tespi (opere teatrali)

  • Epistole del cuore (lettere)

  • Zibaldino (disegni letterari)

  • La grammatica della poesia (frammenti letterari)

  • Fichi luciferini, vol. 3° (saggi critici)

Caro Lucifero...Apologia del paganesimo

“Caro Lucifero…” non rappresenta una prova di satanismo letterario, ma un’attenta analisi dello scontro culturale che da due millenni, fra corsi e ricorsi storici, oppone le civiltà di impianto mediorientale alle civiltà occidentali di ascendenza greco-latina. Dal conflitto, che registra il prevalere di culture a sfondo monoteistico sulle culture di aspirazione pagana, questo studio ricava gli elementi utili a dimostrare lo scadimento della qualità della vita e l’inarrestabile declino della civiltà occidentale.

Maledettissima Eva!

Dietro la maschera bizzarra di un titolo provocatorio, l'autore occulta un'attenta critica alla civiltà contemporanea, evidenziandone lacune e processi degenerativi. All'origine dei quali, Mattellini ritiene di poter individuare il parallelo processo di riscatto femminile in corso da alcuni decenni come una delle sicure cause scatenanti, nonché segno preoccupante di pericolosi approdi in tutti i comparti della società: dalla famiglia alla scuola, dal mondo del lavoro a quello della cultura o dell'arte, dalla politica al costume in senso lato, sino alla sfera sessuale... Insomma, un segnale di pericolo cui dopo duemila anni potrebbero ancora essere opposti gli antidoti dei "Remedia Amoris" ovidiani.

Fabella - Romanzo epistolare in rete

La forma aggiornata che potremmo idealmente conferire a romanzi come l’Ortis, il Werther o l’Oberman, pure spogliati di ogni romanticismo, non può prescindere dal mezzo tecnico attraverso cui la storia si sviluppa. E oggi un romanzo epistolare dipana giocoforza la sua matassa narrativa nella rete virtuale del web o nell’altrettanto virtuale minimalismo degli sms. "Fabella" sfrutta questa virtualità in un intreccio di corrispondenza autentica che unisce alle idealistiche seduzioni del romanzo epistolare ottocentesco le non meno idealistiche suggestioni della e-mail contemporanea.

Prime e Nuove Monodie

La raccolta comprende tutti i versi elaborati negli ultimi trent’anni, ossia dalla giovinezza pienamente calata in studi letterari (Monodie), alla giovinezza trasognata nel cospetto delle passioni (Nuove monodie e Carme bellissimo), sino all’ultimo scorcio di giovinezza, ovvero la maturità disincantata dell’oggi (Terzo libro delle Monodie).

Fichi luciferini

Erano fichi sapienziali, non mele tentatrici, i frutti con cui il Lucifero del "Genesi" promise all’umanità il riscatto della conoscenza. Quegli stessi fichi sono stati a piú riprese maledetti e condannati da una morale che riconosce a sé per sommo talento la “dotta ignoranza” e per pura dottrina la resa incondizionata della ragione. Il presente volume miscellaneo raccoglie pertanto un nucleo di “bestemmie” — ossia di inni alla conoscenza e alla ragione — prodotti dall’autore in una ventina d’anni, lungo i quali egli ha operato da appassionato esegeta, filologo, grammatico e poeta senza compromissioni con quegli “scienziati della letteratura”, la cui opera si riassume come «ricerca delle fonti e biografia dell’autore» (B. Croce).

La Corte dei Fauni

La Corte dei Fauni sviluppa in forma di sogno il viaggio ideale di Dore, icona di un neo-paganesimo che si scontra con i mali della storia, dell’etica e dell’estetica contemporanei. Dore è pertanto un nuovo eroe di ricerca, la cui quête troverà compimento nei valori eterni del pieno conseguimento dell’amore, del piacere, della bellezza, del sé e della libertà in senso stoico-epicureo.

Eventi e Novità

ORDINE DEI GENTILI

L'Ordine dei Gentili è una associazione culturale votata alla difesa della lingua e della civiltà italiana, attraverso lo studio delle sue radici greco-romane, l'attenzione alle sue articolazioni regionali, l'accrescimento del suo patrimonio artistico, filosofico e scientifico.

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Stanze poetiche

CARME BELLISSIMO

Hic ver adsiduum melius quam carmina flores
inscribunt. Oculis tu lege, non manibus.

 

 

OGGI è tempo di fare poesia.
Sì, oggi, perché attorno, tutto attorno,
il mondo è come un pianto; tuttavia
lieto. Così è di chi fa il suo ritorno
dopo una lunga assenza, e non ha niente
da dire, tanto è forte ciò che sente.

 

Sì, oggi devo ritornare al verso,
e lo farò per te che sai di marzo.
Te ne ricordi? È poco dire terso
quel cielo che irradiava più del quarzo
in ogni punto la virtù del sole.
Per questo ti scrivevo le parole:

 

«Giovane è il marzo: è come te radioso».
E oggi, come allora, nel boschetto
della fontana il tuo vergine sposo
ti riconduce vergine nel letto
non mai scomposto delle molli erbe.
Vieni. Le bacche sono ancóra acerbe.

 

Acerbo sono anch’io, e acerba tu che
sul pianto mi sorridi. Non temere,
so bene come siano caduche
le gioie che si lasciano godere,
e so che impura è l’acqua giunta al sorso,
e perso è il frutto che si cede al morso.

 

Perciò non appetisco altro che il nulla
che sono, e che di essere mi vanto,
ma che già dalla prima o estrema culla
comunque sono gli uomini: soltanto
nulla; semmai felici dove tace
il senno, e il senso parla, e tutto è pace.

 

Noi non vivremo mai tempi migliori
di questo giorno che rinasce a noi.
Senti? Nasce dall’acqua e dagli odori
delle resine. Inspira quanto puoi.
Ora rendimi l’aria, come rende
natura le stagioni che si prende.

 

Verde respiro della primavera!
Ecco l’anima mia purificata,
e ora perfetta, e ora compiuta e intera:
bellezza e voluttà che si dilata
sino a chiamarsi amore, e poi si perde
come è natura di un respiro verde.

 


Lacrime azzurre della nube azzurra!
Questa invece è la luce dei tuoi occhî
che quasi di un anelito sussurra
perché io non l’asciughi e non la tocchi:
pura e sublime roggia che rivela
con che felicità il cuore disgela.

 

Non soffermiamoci su alcun pensiero.
C’è già chi pensa al posto nostro, e meglio,
ma lascia a noi il piacere di un sentiero
solitario tracciato fra il risveglio
dei prati e delle fronde. Vieni. Andiamo.
Un canto vola via di ramo in ramo;

 

un canto bello in sé, non di artificio,
e la sua libertà è la sua bellezza.
Se noi seguiamo il modulato auspicio
vibriamo di vibrante giovinezza
senza volerlo, e senza sorveglianza
di alcun pensiero il passo si fa danza.

 

Avresti detto che accadeva questo?
Io lo sapevo: me lo disse il cielo,
e lo ripete mentre la calpesto
anche la gocciola che sullo stelo
non grava, o grava appena, sicché parla
pur l’erba e dice: «È gioia sopportarla!».

 


Quest’erba porterà anche il nostro peso
senza dividersi fra filo e filo
e fiore e fiore. Non sarà inatteso
il piede che dal mondo chiede asilo.
Anzi, se andiamo lungo questa strada,
non noi, ma lei parrà che se ne vada,

 

e finalmente arrivi dove già ci piacque
fermarci allora. Qui, qui ci fermammo.
Qui lei si ferma. Ricordi queste acque?
Fu senza anelli e altare: ci sposammo
così, chiamando testimone il rivo
e suggellando al sole il sogno vivo.

 

Acque incontaminate erano specchî
semplici della nostra anima semplice.
E mi ricordo come fra gli stecchi
i lieti spruzzi alzavano un settemplice
arco di luce simile a un sorriso.
Guardandolo anche noi tingemmo il viso,

 

e ti baciai. Quel bacio ti rinnovo
prima che il suo sapore mi si estingua,
ma a questo dubbio nessun lume trovo:
se miele o latte è sotto la tua lingua.
Perciò mi piace come niente mai
mi procurò piacere. Ti amo, sai?

 


Immensamente ti amo. E quando urlo
«Restiamo!» un’eco ti ripete «Ti amo!».
Bambina, godi al gioco e vuoi condurlo:
gridi «Giochiamo?» e mi ritorna «Chi amo?».
Sorrido. Piango. Ti do un altro bacio,
e l’eco del mio bacio ora è un tuo bacio.

 

Giochiamo ancóra un po’ sul ponticello!
Guarda, il tempo pietoso non soppresse
la gioia che segnò sul travicello
un cuore, e dentro un D con una S.
È cosa sciocca, ma che tutta dice
l’ansia difficile di chi è felice.

 

La imparerà anche il mondo da noi, primi:
primi a farne ricchezza. Primi e soli.
Oh, scrivere i silenzî in cui ti esprimi!
Scrivere il pianto con cui sempre suoli
dire che anche tu mi ami!... Piango. Rido.
Esulto. Un grido, iàllallà, ti grido.

 

 

 


 

Solitudine immensa che completi!
È chiara finalmente la misura
della felicità, dei suoi divieti.
Siamo una sola uguale creatura
meravigliosa nella meraviglia,
più di una perla nella sua conchiglia:


siamo bellissimi come il respiro,
come il respiro liberi. Ci basta.
Il bosco che ci accoglie nel suo giro
di braccia verdi, chiude, non sovrasta
l’irriducibile diversità
del nostro amore che non soffre età,

 

ed è ogni volta nuovo, e uguale sempre.
Dolcissima è la macchia che ci accoglie.
Dolce è la pioggia che fra dolci tempre
fa a una a una piangere le foglie.
E dolce, dolce tu che senza breccia
mi sembri nascere da una corteccia.

 

Con più ti guardo, più deduco il senso
dei miei giorni presenti e dei futuri
pensati assieme a te. Altro non penso.
Davvero lascerai che il sogno duri?
Dividerai con me l’inattuale
purezza del giardino originale?

Ciò che ti offro, ciò che mi si offre,
è il dono di una vita che si brucia
inutilmente, e che però non soffre
del suo consumo. Mi darai fiducia?
(Ma mentre parlo tu accarezzi i fiori,
e ogni fiore si accende di colori


non mai veduti. È più di una risposta.
È un giuramento). Su, dammi la mano.
Andremo dove l’erba è più nascosta
all’occhio al piede e al pensiero umano.
Vedrai, quello che ad altri muove indugio,
per noi sarà tranquillità, rifugio,

 

isola e ombra, rugiada e profumo,
e poi silenzio delicato, lauto,
a cui si accorda il suono che desumo
dall’alito del vento fatto flauto.
Al suo confronto la più dotta cetra
sembrerà ruvida come una pietra...

(O la rozzezza è in me che qui rinasco
finalmente a me stesso, a te, alla vita,
senza sentirmi esule o fuggiasco,
senza sentirmi più preda ferita?).
Di questo regno che ora ci si dona
sarò padrone, e tu con me padrona.

Saremo ancóra come i primi semi
del nostro genere nel primo luogo
che gli fu dato e, come i primi, estremi.
Non verserà ruscelli il nostro giogo.
Il fonte è sigillato, è un chiuso ciglio.
Sposa, sorella, io sono tuo figlio:


l’unico figlio come te racchiuso
nel grande grembo che è mia madre e tua.
Riconosco l’errore e non lo scuso,
ma oltre alla bellezza mia, tua, sua,
non trovo nulla che mi dia ragione
di vivere di più. Contemplazione

 

non è soltanto una parola vuota:
può essere la vita, se vorrai.
Nella certezza che ogni cosa ruota,
vivi soltanto ciò che sognerai
e, sono certo, non sarà malspesa
l’esistenza risorta da una resa.

 

Quanta gioia ci serba la canizie
dei pioppi, e là la porpora dei faggi.
E di che pianta sono le primizie
che ti si dànno lì perché le assaggi?
Io lo ignoro. Lo sai forse tu come
si chiami? Daglielo tu, dàlle un nome.

 

Qui le cose non hanno nomi proprî
perché non han mai visto la tua bocca.
Nulla qui riconosci, tutto scopri.
Sia morbida la voce che le tocca
accarezzandole nei nuovi suoni,
e rifondi la storia e i paragoni.

Se dici fruli, quella sarà fruli.
Il tasso della morte sarà neste.
E al lichene, che quasi sembra aduli
abbracciandolo il tronco che riveste,
che nome dài? A lui forse conviene
semplicemente nominarsi lene.

 

Ma dimmi, la corolla preferita
dai miei occhî miosòtide è detta
con nome sporco — lei così pulita!
Vuoi ridarle la luce che le spetta?
Dàlle un nome che sappia il cielo e il fiume.
Glauca no. Cerùlea no. Sì, blume.

 

Blume su tutti i fiori, è il nostro stemma!
Nel prato verde e molle e mai asciutto
dell’anima si radica, s’ingemma,
e poi fiorisce, e poi matura un frutto
largo non più di un cerchio di pupilla
quando al sole si offende, e di una stilla

 

molto più trasparente, assai più lieve.
Di lui ci nutriremo, né all’antico
errore lungo della scienza breve
potrà mai più tentarci il serpe o il fico.
Rifiuteremo il frutto proibito.
Nessun pudore cucirà il vestito

 


per noi con le sue foglie. E poi lo vedi
attorno? No, qui no, non fu mai visto.
Qui gioventù e bellezza in noi, eredi
senza eredi, vivranno il caro acquisto
sinché il giorno sia giorno. Oltre quel fondo,
cali la notte, palpebra del mondo.

 

Contatti

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Davide Mattellini: 335.7070901

V.P.F.DigitalePurpureaSupervision: 345.4634657

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